Capita di rado che Cristina Annino scriva sulla poesia d'altri. Quando la fa, è davvero un fatto eccezionale, che merita di essere conosciuto. Non è un caso, tuttavia, che essa scriva, apposta per Blanc de ta nuque, su Lucetta Frisa, giacché è ben chiara una sorellanza poetica fra loro due, sotto almeno tre aspetti: entrambe pensano alla poesia quale "direzione rigorosamente orizzontale, lungo un’asse che però non schiaccia differenze temporali e spaziali, non azzera asperità, gerarchie, valori"; entrambe scrivono della casa quale luogo in cui la selva convive con il giardino; ed infine, sia per Annino che per Frisa, l'estasi del sentimento tende a zero per lasciare spazio al rigore della ragione, che sempre tracima, come il dio nietzscheano.
DENTRO AL CANYON DI LUCETTA FRISA
(di Cristina Annino)
Le più belle pagine del libro (e ce ne sono tante) di Lucetta Frisa, Ritorno alla Spiaggia, edito da La Vita Felice, Milano, con una presentazione ampia e molto interessante di Gabriela Fantato, sono, a mio giudizio, i 123 versi del poemetto Un’isola, pagg. 33 –37 dove mi sembra si raggiunga, oserei dire “senza sensi di colpa”, l’autentica naturalezza dell’emotività di Frisa. Avverto persino l’idea di una felice caduta di colore, quasi che da questo si passi, in virtù di un ipotetico taglio di montaggio, a una proiezione narrativa in bianco e nero da film di gran classe.
L’abilità registica di Frisa la si capisce fin dall’inizio della lettura del testo, lei tesse, dispone, aggiusta (e se è vero che sia così per chiunque narri, il buon poeta rende più evidente ciò che desidera lo sia) persone, sentimenti e oggetti o quant’altro, dentro un filo espositivo, più che profondo. Riorganizza cioè molti elementi con modalità diversa da quella cui la poesia ci ha finora abituato: non in profondità, ma in una direzione rigorosamente orizzontale, lungo un’asse che però non schiaccia differenze temporali e spaziali, non azzera asperità, gerarchie, valori. E’ in questo senso che la sua nuova profondità – se in tale termine vogliamo impropriamente racchiudere il significato di qualità alta di un testo - Lucetta la raggiunge proprio nei punti di narrazione in cui prende le distanze diciamo dal sentimento forte. Insomma, essa non necessita, a mio giudizio, di un pathos profondo, fatto da mille teste (allorché il pensiero concettuale mima quello mitico), per creare animo. Frisa, a mio avviso, con tale orizzontalità coglie meglio quel paradigma dell’esperienza e della comunicazione passato-contemporaneità che si potrebbe nominare con la parola Complessità. Per questo, tale emozione necessita di elementi decorativi, in senso alto, e di un’accuratezza che striderebbe, dato il tema trattato nel libro, con un taglio di pura fisicità che a primo avviso potrebbe erroneamente sembrare più pertinente.
Ora questo processo di scarnificazione prevede, come resa poetica, un’affilata percezione di sé. Mi viene in mente, leggendo le pagine appunto 33-37, la regia cinematografica di Antonioni che in un equilibrio asciutto sostiene il peso di quintali di esistenza, o altri film dove il colore persino danneggerebbe la compressione di passaggi emotivi ormai talmente assestati, che un’ immissione di coloratura sarebbe inutile. Non si può pensare di rendere più suggestivo il Gran Canyon con la presenza di echi.
Per dimostrare quanto dico, riporto la pag. 20, e oltre del poemetto poesia, dove si legge : (… ...) che giunga/ un nuovo disordine dall’aldilà/ una nuova tradizione di baccante e anacoreta/ -lezioni d’assoluto rimescolate in lingua animale/ (….) tutti i miei fantasmi folli che danzano/ brividi sussurri musiche/ tra orrori colori strofe incantesimi un’orgia/ e cassetti a brandelli. (…)
Sono parole senza dubbio forti, ma sembrano gridate sott’acqua, la loro potenza è solamente lessicale, di tradizione cioè. Non costruiscono (neanche per l’autrice che chiede alla poesia, e non so quanto convintamente, un modo diverso di scrittura: se così sembra che esista) un’alternativa in cui poter andare ad abitare, emozionalmente intendo, In poeti di minor levatura, si potrebbe parlare di equivoco di materia trattata, ma non è il caso di Frisa che “sbalza” in modo evidentemente necessario un tono di colore su un altro, per dar rilievo, io intendo, alla nitida tinta argento che è propriamente sua. Si può notare infatti la forza autentica e maggiore dei versi di Polvere, pagg.18-19.
La scarnificazione di cui parlavo, che niente ha a che vedere con un qualsiasi sentimento religioso (per lo meno dichiarato) qui genera ogni parola, con niente di disordinato o fuori equilibrio, pur entrando Frisa in quel sentimento o ricordo profondo che sta all’origine dell’intero libro. Scarnificazione non come “riduzione-dopo” , insisto, bensì quale forza del proprio essere che spolvera, toglie, cioè essenzializza, dentro la metafora e fuori da essa quel che neppure sembra efficace a un suo reale modus vivendi. Come dire, volente o no, ci dà l’idea di uno sforzo di azzerare, per quanto le sia possibile, il passato per giungere a qualcosa di assolutamente autonomo, in cui, aggiungo, la scrittura non supera mai la propria semantica. Pur raffigurando il senso della perdita e anche della piccolezza umana, i suoi versi assumono un’aura di bellezza che elimina l’estasi tout court del sentimento e sfiora la sintesi della ragione. Cioè spezza le due facce della stessa medaglia, perché spazza via il concetto di possibilità illimitata presente nella sovraesposizione di tanta poesia iconografica, estetizzante, quale ingenuo o calcolato godimento di tutte le possibilità dell’intelletto.
Mi piacerebbe approfondire la polvere frisiana, che non è certo il pulviscolo che si genera ovunque e dovunque su qualunque cosa. A me sembra l’espressione, tradotta in limiti umani, di sedimentazioni geologiche che all’autrice danno una sorta di conforto, quale forza interiore di anonimato e durata. Questo spiegherebbe l’affanno di toglierla di mezzo e, allo stesso modo, di “sentirla” scendere di notte a comprimere gli strati del suo canyon-casa e contro la quale lei non può che agirci dentro nell’atto di toglierla, inglobando ella stessa, per ingoiamento, un senso di tempo lunghissimo. Desiderio, insisto, di eternità e perdita di memoria personale. Giacché l’eternità non si attua che così, con un’immersione, in questo caso tellurica, per annegamento del tempo personale.
Un’isola
..............................................Ischia, luglio 2001.
La notte sbarcare sull’isola è prendersi le mani
per tenersi in equilibrio il porto dondola al buio
sotto le raffiche l’occhio acuto di Donatella la risata
di René le voci forti e nuove e l’ala di Mercurio
ci spinge avanti eccovi sani e salvi stasera non si vede niente
è tutto allagato non c’è luce attenti dove mettete i piedi.
Le terrazze si sporgono sul mare e la stanza
è una tana fresca
d’ora in poi tutto ci attende
siamo sospesi
in una cartolina da spedire a nessuno.
Entra nell’acqua come la prima volta
se sei giovane o vecchia non importa forse
certe cose possono ancora sorprenderti:
un gatto giallo sulla spiaggia e le sue fusa
i piedi di Marco che dormono seguendo il sole
gli orrori del castello Aragonese
le suore che contemplano i cadaveri
e un mare dionisiaco a strapiombo.
Vedo questo luogo per la prima volta
e sarà anche l’ultima. D’ora in poi
non c’è più tempo per ritornare.
Non c’è più tempo devo
isolare lo sguardo in un unico punto arrotolare
il lunghissimo filo che mi ha portato fin qui
in una veloce matassa
si confonde il film gli spezzoni le scene tagliate
le sequenze da riordinare o disperdere.
Qui su quest’isola nessun canto addormenta
la viaggiatrice che dormiva prima di raggiungerla
ora è tornata al mare
le narici sentono il sale
e lei ha fretta.
Siamo caduti fuori centro, amici,
per questa settimana di vacanza
o siamo per caso
al centro di noi stessi
pronti alla consunzione
e al naufragio.
Osserva il profilo del monte Epomeo
è lo stesso profilo all’alba
il profilo di tutto quanto abbiamo visto
se conoscere un luogo è essere quel luogo
e se il nostro senso di un luogo singolo
è quel che sappiamo dell’universo
dimenticare
è la nostra sapienza.
Improvviso l’angolo di una terrazza
il brusìo di voci e bicchieri
il vaso dipinto nel museo
il vecchio don Felìpe
le luci della pasticceria Calise:
quante nuove parole dovremo aggiungere
all’energia dei sogni?
Per la strada incontriamo i pìcari
le miserie girano dietro l’angolo
hanno pulito tutto con l’azzurro e la calce
eppure non recitiamo al Truman Show.
Non sai vedere la storia mentre cammina
ci vai insieme da sonnambula
per svegliarti quando è passata a un soffio da te
e chiacchierare dopo
della sua inafferrabile sostanza con ironia
e farne un fantasma da salotto.
Il mare
si riflette sopra e sotto
tanti specchi nella nostra stanza specchi
nella pasticceria
tra questi specchi il mio pensiero rimbalza
si è fatto piccolo e innocuo – un moscerino
che vola via dalla scena e lascia
un grande vuoto ustorio.
Il mare
intorno al mio corpo in festa
mi riconduce in un’altra isola
dove so che andrò a morire
perché da sempre ho abitato lì.
Qual’è il segreto? Mantenere il segreto?
E la bellezza è movimento o isola?
E la parola di che cosa parla?
Prendi il tuo corpo e làncialo lontano
pesce o alga o altra creatura marina
ti guardano mentre sai
di conquistare una salute difficile:
guarire o annegare.
Una scossa invisibile
che avvertono solo gli uccelli marini e i pesci
unisce la costa all’isola
e ai loro mutamenti.
Oh la bellezza
nessuna macchia
siamo belli e chiari anche noi
accecati da lei
che ci punge le pupille
con un bruscolo nero.
Abbiamo superato le notti
vegliandoci pelle a pelle
per non sparirci dagli occhi
tornando di giorno alla fermezza del mare
a patire il suo canto a non fare
né ombra né luce sulla spiaggia.
Per vedere la costa bisogna
prendere il largo e poi voltarsi in tempo
prima che l’isola fugga.
Per conoscere altre isole
viaggiamo tra i promontori
le visioni ruotano e una differenza c’è
se un orizzonte solo non ci basta.
Qualcuno ha ricordato Apollo
la sua testa sul mare che affiora
mascherata per parlare alla notte.
Se vedi Ischia nella tua stanza
mentre la scrivi ora
non è come tornare da lei non è
sentirsi più felici o rimpiangerla
è un’altra cosa ancora e ti sorprende, confèssalo.
In un certo attimo dicono che tra sera e notte
si vedano di colpo tutte le isole
tutti gli arcipelaghi e le sponde della terra
ma senza luci e velature
una massa informe dietro l’orizzonte
o davanti.
da Gioia piccola
[...]
(polvere)
Volevo scrivere un poema sulla polvere come un'immensa spolveratura
mi avrebbe lasciato più quieta forse un po' meno ansiosa ma quando
si parte dal grande non si raggiunge nulla neppure
una sillaba bisbigliata.
Cominciamo dall'inizio: io, la casa e la polvere - tutti i giorni.
Non ho mai capito se spolverare sia evocare
condurre ieri qui davanti a me come un immutabile cristallo
togliere via i miei secoli farmi dimenticata eternamente.
Sempre ho immaginato la polvere scendere di notte
sopra il naso dei mobili su tutta la pelle della casa scendere
al buio così non si può mandarla indietro.
Forse spolverare è un atto duplice come quando si nasce
e si comincia subito a svegliarsi o a dormire
secondo i punti di vista.
Anche la gatta lecca i suoi gattini appena nati.
Appena nati si comincia subito a fare pulizia
di grembi precedenti gusci vuoti minuti vecchi
e non si smette più di trafficare -
rallentando o accelerando
lo spolverìo.
Chi usa grandi armi per combattere
chi solo penna e stracci
sognando il deserto e il monastero
in un vento senza polvere.
Ma poi lei
non scende più
non soffoca
resta distesa lì –
.......noi e lei
.......si resta lì insieme.
(poesia)
Ti prego poesia
fratturami il quotidiano in polvere
fanne luce che io regni:
toccando l'aria qua e là
........sillabe consonanti
........metafore stregonerie
arrivano servi alati e
........tutto risplende
........casa e foglio e io
più non precipito
resto con te a fare giochi.
Aiutami
detergi lacrime
accarezza
fammi impazzire dolce.
Se la tua aria è nuova – se così sembra –
ai malati di sogni che non sanno muovere potenze
crollare dominazioni con le mani e immaginano
mondi e mondi di commozioni e giustizie
che giunga nelle ossa
come una tenerezza di natura.
Io ordino solo parole a parole
...........- tutto il mio arredamento –
nel disordine che esalta la tristezza ottusa
...........che giunga
un nuovo disordine dall'aldilà
una nuova tradizione di baccante e anacoreta
..........- lezioni d'assoluto rimescolate in lingua animale
carezzevole molto
per chi se ne va.
Devo spegnere o accendere per l'ultima volta
tutti i miei fantasmi folli che danzano
brividi sussurri musiche
tra orrori colori strofe incantesimi un'orgia
e cassetti a brandelli
Vieni via con noi lascia tutto
che questa poesia risusciti il non vissuto
e la cenere sui miei passi
sia solista e coro.
(Dove abito io?
Dove si posa la mia testa
e il mio scheletro ora dove va?)
Insegnami tutto daccapo.
[...]
dalla sezione Ritorno alla spiaggia
Spiaggia dell’Ariana
...........................Gaeta, settembre 2002
Dicono i mistici
che più siamo vuoti più ci rischiara la luce.
Sul morbido fondo del mare
il guizzo di piccoli pesci
muove solari triangoli
nell’acqua bassa.
Scatto una foto ai miei piedi e ai pesci
e alla mia ombra che entrerà nell’intreccio.
Essere vuoti
è il passaggio nella camera oscura?
Non so se questa pace me l’hai data tu o il tempo
oppure tu in accordo col tempo o il tempo con te
proprio come accade
in un’idea molto antica di armonia.
Non vogliamo leggere il cammino degli astri
ma i pensieri affacciati
sul fondocielo dei bicchieri.
Una folla infantile che saluta
prende il profilo sfatto delle nuvole
poche e bianchissime.
Sentiamo tutto lontano andato via
oggi, in un mezzogiorno di settembre
dentro un globo di vetro fermi
e fuori la neve cade sempre
o si alzano gli spruzzi delle onde.
La luce soffice del dormiveglia
è una penombra che ci sfuoca.
Si è cercato umilmente
il senso oscuro
seguendo sempre un’idea di luce.
Se è l’ultima pagina la leggeremo insieme
penso a uno dei quadri che ci piacciono
con luci di striscio, barocche, la lucerna
sui libri e pochi oggetti intorno.
Non abbiamo più fretta: tutto è qui.
Poco a poco ce ne siamo accorti
accostando sogni e matite
come sotto il banco a scuola
non delusi - non ancora troppo -
dalle nostre illusioni.
L’alluce proprio sul filo della schiuma
tocca il regno del mare, l’infinito è
proprio in quel punto d’alluce
che rabbrividisce si ritira indugia
entra.
L’anteprima dolce della morte
è il viaggio attraverso il sonno
di noi due distesi sulla sabbia
l’uno nelle braccia dell’altro.
Negli antichi sarcofagi gli sposi
stanno affrontando il nulla
tenendosi per mano.
Non è triste, anzi, ridendo
incrociamo carezze sulle braccia.
Sono tranquilla troppo tranquilla.
Vorrei due cuori identici
uno morto l’altro vivo
per affrontare il reale
con passione e indifferenza
parallele.
La luce apre il mare
lo richiude il buio
ed è lo stesso mare siamo
le stesse persone
più indifferenti o turbate
dai trucchi diurninotturni.
Nel controluce
ci guardiamo con gli occhi socchiusi
come per scattare una foto:
nessuno in giro
neppure il mare
vogliamo esserci solo noi
noi senza il pensiero della fotografia
(se la luce è alle spalle
se è la più densa del tramonto
se il tuo sorriso di adesso
è quello da ricordare.)
Chiudo le palpebre per entrare
in me improvvisamente notturna
non domandarmi dove sto andando
sono luoghi di troppo buio -
ma forse in qualcosa a metà
sollevato e laterale
come quando ci parliamo noi due
sentendoci stretti, vicini.
Per la prima volta ho sognato mia madre.
Aveva il prendisole bianco
le ho detto fai qualche passo
verso di me voglio fotografarti.
Nell’attimo dello scatto
tu mi hai svegliato.
Sulla spiaggia non leggi
nella borsa gli asciugamani
i libri chiusi le ciabatte ferme
le sigarette che non hai fumato:
dormi.
Infine ti sei concesso
solo a te e a quest’ora meridiana
senza démoni tremito e parole.
Nessuna terra in vista, nessuna nuvola o nave.
qui la biografia.







